Bloody Sunday

Sunday blues. Ricerche empiriche hanno dimostrato la reale esistenza di questo fenomeno: la tangibile tristezza per l’inizio della fine del week end. Esiste, si tocca, ma soprattutto si vive, con metodo, seguendo gli step di un programma che inizia dalla tarda mattinata e si srotola, lentamente, fino al calar del sole.

Si parte con una colazione che riassume i resti di quel che è rimasto nel frigo, viene dunque riproposta la cena del sabato, iniziando con un pezzo di torta per finire con una porzione di lasagne, non è freschissima, ma è fredda. Niente caffè, la bevanda, facilmente associabile alla produttività, andrebbe ad intaccare il peculiare stato confusionale che deve essere portato avanti con vigoroso rigore.

L’eliminazione del caffè servirà per declinare in modo assoluto qualsiasi tipo di programma, qualsiasi cosa “da poter fare”, proposta dal tipico disturbatore della domenica.

Quest’ultimo è generalmente riconoscibile dal viso rilassato, ma confermerà di appartenere alla sussunta setta ponendo alcune classiche e inopportune domande di rito:

“perché non andiamo a fare una passeggiata?”, “facciamo un giro? Ci guardiamo due vetrine”.

Gli amanti della domenica adorano passeggiare senza una meta con l’unico obiettivo di osservare vetrine di negozi chiusi, facendosi, di tanto in tanto, arrotare un piede da un passeggino, direzionato da qualcuno che ha avuto la sua stessa malsana idea: uscire.

Alle domande degli agitatori è necessario rispondere mostrando evidenti segni di confusione e, qualora fosse necessario, simulare tipici gesti dei malanni di stagione, contornarsi di fazzoletti usati e lanciare qualche colpo di tosse.

La scenografia per un perfetto bloody sunday è fondamentale, c’è chi predilige il letto chi invece sceglie il divano, in entrambi i casi la cosa importante è contornarsi di oggetti utili a perorare lo status da “incenerito”.

Telecomando, computer, biscotti e o cereali, bottiglia d’acqua, bollitore, bustine di tè, almeno un romanzo di scrittore morto suicida, vestaglia da infilarsi per percorrere la distanza dal bagno, senza riscontrare traumi emotivi. Si rimane accovacciati in un giaciglio di pensieri ponendosi domande esistenziali come “perché ho ancora fame di colazione?”, “quando inventeranno il teletrasporto”, “quanto manca a natale”.  Queste riflessioni si alterneranno allo zapping televisivo. Parola d’ordine, passività, non si sceglie un film, si capita su un canale.

Programmi di intrattenimento, documentari film piagnoni, a quei programmi che normalmente non guarderemmo mai, a cui anteporremmo la domanda “perché?”, oggi diciamo un flebile “perché no”.

Se l’inverno è già abbastanza inoltrato sarà possibile passare 8 ore davanti al fuoco con il vuoto nel cervello osservando le fiamme.

Se l’ozio è il padre dei vizi, la domenica è la madre, una burrascosa coppia che ha generato una sequela di figli falliti, animatori di week end proibiti e proibitivi, creatori di parameci, ma attivi sostenitori dell’unica domenica che si rispetti, l’unica e la sola che permetterà di rispondere alla domanda “cosa hai fatto oggi” con “niente”.

Dalla bloody sunday se ne può uscire solo aggrappandosi alla dignità per entrare nella doccia, ripetendosi nella mente frasi motivazionali, “sono meglio di così”, “la vita è breve”, “ne uscirai”.

Perché se ne esce alla fine, rinascendo come fenici dalla cenere, di nuovo speranzosi perchè il week end, infondo, non è ancora finito.

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Cupido non pagava le tasse.

 Al tramontare del 2017 la società prende coscienza che a seguito della crisi del 2009, alcune ferite continuano ad essere insanabili.

Segni incancellabili rimarranno impressi con le sembianze di storiche cicatrici sulla pelle dei più insospettabili. E se l’economia è in via di ripresa c’è chi ha cambiato, forse per sempre, il suo stile di vita, tra questi Cupido.

Pare che il divino, appartenente al pàntheon della religione e della mitologia greca, fosse in realtà un evasore fiscale.

Solo quest’annosa conclusione spiegherebbe la formazione delle nuove coppie apparentemente appaiate secondo i dettami di un dio dell’eros ridotto ai minimi termini.

Il sopracitato evasore ad oggi sta svolgendo di malavoglia il suo lavoro, contando i giorni per una pensione che non danno più a nessuno, andando avanti pagando agli esattori una multa rateizzata per i contributi non versati negli del boom economico.

Tallonato dai finanzieri ha deciso di sostituire le infallibili frecce argentee con funzionali dardi venduti a pacchetti da 6 su Amazon prime. Ha impegnato il magico arco intagliato direttamente dalla porta del Titanic (quella da cui Leo di Caprio si è staccato morto sassificato) e ora procede scagliando svogliatamente le sue frecce secondo i dettami del “ndo cojo cojo”, senza curarsi di quali saranno le conseguenze, creando un guazzabuglio di coppie spaesate, che sembrano tutte assemblate secondo il criterio del “winter is coming”, tuteliamoci.

La crisi ha colpito tutti, “La proposta indecente” è passata dall’essere una notte in barca con Robert Redford, al week end per adulteri di Tempation island.

Quindi a Cupido dovremmo chiedere cosa è rimasto degli emozionanti anni ’80?

Perché oggi per fuggire la noia di un festino, o di una qualsivoglia uscita a caso, serve una post produzione mentale di due giorni, in cui gran parte del girato si taglia, si rimonta con la musica e alla fine la cosa migliore che può scaturirne è un instagram stories di 15 secondi, che ringraziando Zuckerberg, dopo 24 ore si autoelimina.

C’è da dire che se la crisi ha affamato Cupido ha anche indurito e impaurito i potenziali amanti.

Dardi scadenti, lanciati a mano, hanno trovato, tra gli obiettivi da centrare, donne elastiche come la ghisa e uomini che nelle sale del controllo cognitivo c’hanno l’after party anche all’ora di merenda.

Il Cupido svogliato ha appaiato in modo superficiale carrieristi femminivori con impietose donne tutte d’un pezzo, il risultato è che quando lui dice che “esce per un drink” in realtà va a farsi le sopracciglia e lei sfrutta tutto quel tempo per leggere romanzi di Nicholas Sparks, acquistati in segreto online.

Cupido, carissimo, due persone non son fatte l’una per altra solo perché lui fa le foto, lei dipinge con gli acquarelli, ed entrambi hanno acquisito credibilità artistica facendo l’erasmus a Berlino. Questo antico mestiere non può essere svolto in modo grossolano, serve finezza, eleganza e anche fantasia. Rimescola, crea emozioni, ritrova la tua verve anni ’80, rischia.

La crisi ha scosso tutti, non siamo più gli stessi, ma per avere farfalle nella pancia siamo pronti a mangiare bruchi ed anche a forgiare nuove, potenziate, frecce d’oro. Dovessimo essere costretti a fondere le otturazioni dei denti di Romeo e Giulietta.

Settembre supera a destra

Sembra l’alba di una nuova era, il primo lunedì di settembre, il primo gennaio morale, il risveglio della coscienza sopita.

Nuova vita, nuove idee, nuovi, ottimi propositi, scritti, sulla prima pagina dell’agenda, nuova.

Costruttivi e pieni di ottime intenzioni, dritti con la schiena, scudo in mano, combattenti ai blocchi.

Smettere di mangiarsi le unghie. Studiare tutti i giorni. Andare a stare da soli. Lavare la macchina. Comprare una casa.

La crociata che si apre con il ricominciare da se stessi ingrana un’onesta prima marcia e parte alla volta degli obiettivi prefissanti: ti spunti i capelli, ti senti già un altro.

È martedì nella settimana del riordino e ogni cosa da fare il lunedì è stata fatta, non ci sono post it sparsi per la casa a rammentare lacunose cose lasciate a metà, nessun minaccioso promemoria che inizia con “ricordati di”, ti sei ricordato tutto, hai fatto tutto, sei nuovo, pronto.

Alla chiamata per l’aperitivo la risposta è un testeggiamento fiero, niente aperitivo, basta aperitivi, si va a letto agguerriti, ci si addormenta alternando lettura di “The secret” a video di Marco Montemagno.

Smettere di fumare, niente fritture, fare una maratona, almeno una mezza maratona, usare la crema, svegliarsi presto. La bucket list della serietà, fatta di sveglie all’alba con lunghi caffè, occhiali poggiati sul naso, struccarsi sempre prima di andare a dormire, dormire.

Mangiare sano, controllare le mail, rispondere alle mail. Camicia stirata, volare in ufficio, essere pronti, preparati, allineati, pilotati dal self control.

Annotare tutto e prenotare tutto: la nuova vita è punteggiata da appuntamenti a cui andare e persone da vedere, cose da non comprare, conto in verde, verdissimo, riserva naturale, zona protetta dalla carta di credito. Si va avanti scegliendo di ripetersi nella mente uno dei due terribili mantra, “tirare la cinghia” o “solo ai saldi”.

Settembre funziona bene, procede mentre il sole tramonta a un orario dignitoso e le giornate non sembrano ancora un abisso oscuro.

Stare a casa diventa un dovere imprescindibile, una promessa d’onore:

–Stasera sto a casa- -Domani?- -Pure- -Ma è sabato..- -è uguale, a casa!-.

Scavalca le trincee, oltrepassa le linee nemiche, settembre supera a destra, preceduto dagli araldi della moralità sui quali sventola composto un divano.

Si va a letto presto nel week end, anzi prestissimo, fieri. Fino alla mattina dopo, quando ci si riscopre impreparati a subire i messaggi vocali che impietosi in un orecchio bisbigliano a gran voce:

“Ma dov’eri ieri, c’erano tutti.”

 

 

Espiazione

Lo slancio salutare a seguito delle feste è il rito che accomuna tutte le tradizioni, siano esse religiose, feste nazionali o santi patroni del capoluogo della regione confinante, usati come scusa per bere e mangiare come un condannato a morte. A seguire, sempre, inderogabilmente, salutismo severissimo. Il giorno dopo le feste sveglia presto, ci si alza dal letto per affondare direttamente in una flessione, prendendo esempio da Christian Bale in Batman Begins. Reprimere la fame costi quel che costi. Spostarsi correndo. Fare le scale (correndo). Sin dal mattino si respira un’aria di riscatto. Si parte muniti di bottiglione d’acqua che elimina l’acqua, alla volta dei nuovi noi stessi, magri, sobri, totalmente redenti. A metà pomeriggio, senza aver mosso nemmeno un passo falso, ci si sente già migliori, fugaci passaggi davanti allo specchio sembrano confermarlo. Una telefonata all’amica per farvi forza nella lontananza da carboidrati benedetti e vino adorato, breve excursus sulle sicure soddisfazioni della prova costume imminentissima. Quest’anno non avete paura di nulla, nemmeno della vicina d’ombrellone di Milano che per mangiare non ha tempo ma per farsi la piega, prima di venire in spiaggia, ha 2/3 ore abbondanti. Immancabile passaggio dal supermercato, per investimento al banco frutta e verdura: ravanelli, sedano, peperoni di tutti i colori e tisana sgonfia pancia all’anice. Questa vi fa immediatamente proiettare sull’immagine del corretto al sambuca, ora reputato veleno, ieri solo il preludio di una serie di amari a nastro pronti a rendervi le stelle del karaoke, principesse del Montenegro. Se l’immagine rimane vivida, nei giorni a seguire, può essere usata come dissuasore per qualsiasi tipo di attività ludica che potrebbe portarvi a quelle imperdibili figure di merda che no, non riuscirete mai a dimenticare e si, segneranno la vostra immagine per sempre. Siete usciti dalla micidiale combo 25 dicembre/1 gennaio e nel mezzo c’erano solo balalaiche amplificate, sassaiole e degustazioni di vini, ora è tempo di espiazione, fino al 2 giugno, festa della liberazione.

Regali di Natale

Regali di Natale. È molto importante  iniziare sfatando un mito: la busta con i soldi non è volgare. Il completino intimo da “sport” si, è estremamente cafone e il set da 3 mutande XL, così ci stai comoda, pure. È poco apprezzata anche la maglia 80% acrilica, 15 % viscosa e 5% cashmere, regalata dalla zia che ti guarda e ammicca:- cashmere eh- -EH?- La lana cotta. Borsa di lana cotta. Cappello di lana cotta. Portafoglio di lana cotta. Porta i-pad. Collane di lana cotta. Collana, tutta fatta di palline di lana cotta. Braccialetti e soprammobili di lana cotta. Un climax ascendente di bruttura inconcepibile in lana cotta, acquistata, spero, alle 19.25 del 24 dicembre, risposta gravemente sbagliata alla domanda “E ora a lei cosa prendiamo?” Niente. Non le prendiamo niente. Facciamo finta di aver lasciato il regalo a casa.  I regali per le donne adulte sono probabilmente i peggiori, forse perché mostrano una prospettiva futura apparentemente senza scampo, dove è certo che il tuo desiderio per natale sia un tostapane. O un bollitore di design. Lei si è sforzata ed è andata a cercare una bottiglia pregiata o un’apprezzabile cravatta di seta e ora è costretta a fare una bella faccia davanti al tostapane. Che poi il natale è a fine anno, fine della vita, è freddo, ci sono tutti i bicchieri da lavare a mano e ora il tostapane, a riassumere quel che rimane dei tuoi sogni. Pensiero apocalittico/malinconico tipicamente natalizio. I regali Jolly sono forse i migliori, perché non si nascondono. Palesemente orribili e del tutto impersonali. Set di asciugamani microscopici con ricami di uccellini, che rimarranno per sempre nell’involucro di plastica con cui sono stati confezionati. Dosatore di sapone decorato, con portasaponetta coordinata. E dulcis in fundo, calzini sportivi unisex. In questa tipologia di regali si salvano in corner bagnoschiuma vari e sciarpette nere. Il primato dei regali più divertenti se lo aggiudicano invece tutti quelli di dubbia utilità: cuscinetto per vasca da bagno con ventose, sempre meglio assicurarsi che il destinatario sia provvisto di vasca da bagno; cornice di dubbio gusto, venduta con la foto di George Clooney dentro, che non capisci se il regalo è la cornice o la foto di George. Poche le probabilità che la foto in questione venga in futuro sostituita, la cornice rimarrà in giro per la casa, sotto gli occhi di tutti, pronta a suscitare l’annosa domanda: perché George Clooney?- a chi venisse posta consiglio di rispondere:- perché in realtà io e lui, stiamo insieme- è quello che vorrebbero sentirsi dire. L’aspetto che aggrava la cerimonia dei regali è la sua teatralità. I regali vengono aperti davanti a quante più persone possibile, tutte pronte a reagire davanti al compendio materiale delle tue finanze. Nessuno esce illeso da questa sottintesa dichiarazione dei redditi, se il regalo è misero sei un pezzente, se il regalo è grande sei un cafone, tanto perché a Natale siamo tutti più buoni.

 

 

 

 

Il pranzo in famiglia

Battaglie emotive. Palle di cannone su tutto quello che credevi di sapere. Segnati come giorni neri sul calendario. State all’erta. Si fanno spazio durante le festività i pranzi in famiglia. 6 interminabili e untissime portate, in cui la tua vita viene analizzata nei suoi errori passati, presenti e futuri. Questi terrificanti meeting iniziano la mattina e si protraggono fino all’ora dell’aperitivo in un continuum alcolico senza precedenti. Grandi protagonisti baccalà in umido e i resoconti sui tuoi fallimenti. All’immenso tavolo si fanno spazio 3 generazioni. Parenti fino al terzo grado che non si vedono in nessun’altro momento dell’anno, nonni padroni, padri Berlusconiani e zie con il rossetto sui denti. Tutti con rispettivo consorte coordinato. Agghindati nel loro abito domenicale,  pronti a proporre la migliore versione di loro stessi. Le domande che ti vengono poste sono come quei colpi sparati per farti parlare, ma senza ammazzarti. Una sequenza di pallottole emotive selezionate con attento brainstorming intitolato: “Piangere”. La discussione che accompagna gli antipasti è lenta e generalista. Un riscaldamento vago, oscillante, che tocca varie tematiche da clichè: Tasse (tra i preferiti del momento), nuove macchine, mercato immobiliare. Altre Tasse. Si avanza omertosi con un prosecco di compagnia e burrose indistinguibili tartine.  Ai tortellini in brodo la situazione si fa più calda. Le domande mirate.  I dati analizzati, sensibili. Il tasso alcolico già inadatto alla guida. All’arrosto con patate suona la campanella. Tutti sono sul ring. Le carte sono in tavola, il vino nel decanter è finito e ormai si beve quello arrogante del cartoccio. Parlano uno alla volta, seriali, metodici. “Allora come va sul fronte sentimentale?”. All’udire della parola “fronte” ti viene subito in mente che il velato, e probabilmente involontario, paragone con la guerra è perfettamente appropriato. Pensi. Respiri. Butti giù un sorso di vino. “Sono single”. A seguire sguardi penosi e silenziosamente gioiosi, che ti fanno subito sentire un’ accattona nel mondo dei sentimenti. A maledirti per non aver portato al pranzo un finto fidanzato emo, vegano, sociopatico e disoccupato che in un colpo solo avrebbe fatto passare a tutti la voglia di  domandarti se sei ancora single. Arriva il dolce, la portata migliore. I più deboli sono già sul divano, a leccarsi le ferite emotive davanti alla versione integrale di Via col vento. Le spade sono sguainate. Le domande sono diventate prima retoriche, poi si sono trasformate in affermazioni e ora sono finalmente accuse. Se prima ti veniva domandato l’andamento della tua vita amorosa, ora viene stilato un impietoso elenco di motivi per cui rimarrai sola. Si arriva al caffè mutilati di sogni e certezze. Breve interludio sul fatto che i veri intenditori lo bevono amaro. La tavola si divide in  merito a questo originalissimo argomento. Si sprecano i commenti vacui,  anche da parte dalla cugina obesa che decide di portare avanti un’incoerente battaglia contro lo zucchero raffinato. Giunge quindi l’agognato momento dell’ammazzacaffè. Una serie di Amari a nastro che ti lasciano inerme a tentare di capire se l’alternativa migliore sia l’omicidio o il suicidio. È finita. Siamo entrati in quella casa la mattina e se ne esce con il buio. Tutti gli scheletri hanno ballato e finalmente tornano sfiniti nei loro armadi, ad azzuffarsi silenziosamente con la nostra coscienza, almeno fino alla prossima riunione di famiglia.

La Palestra

Puoi fiutare i suoi passi. Ti arriva alle spalle quel momento maledetto. La soluzione è arrendersi all’imboscata della vita e andare in palestra.  La palestra è un luogo di culto estremamente eterogeneo, frequentato da individui di qualsiasi tipo e soprattutto forma. In palestra la mantenuta con il completino intonato alle scarpe,  può ritrovarsi a tonificare i mini bicipiti accanto all’avanzo di galera. Nel sopracitato tempio del benessere ci si reca per i motivi più disparati: cura del corpo, dello spirito, sensi di colpa, voglia di incontri, una specie di India ma con l’acqua corrente. Incubo di tanti ma anche casa di molti. La palestra infatti può essere affrontata in due principali misure: a frequenza molto costante, o più sporadica. Gli individui del primo gruppo in questione hanno una simbolica residenza altrove, ma non si spostano mai troppo dalla sala attrezzi, onde evitare che la loro cavigliera suoni e un che un trainer venga rimetterli al loro posto, tra le panche. I secondi, hanno acquistato l’abbonamento annuale un lunedì di settembre, in preda a uno slancio salutare, si sono poi presentati in altre 3 simboliche date:  S.Stefano, 2 gennaio e un giorno a loro piacimento tra il 25 aprile e il 1 maggio. Nel gruppo dei primi, la quota di maggioranza è rappresentata dalle Milf. Nuova amata categoria sociale, apprezzatissima ovunque, soprattutto nell’industria del porno. Madri in crisi di mezza età, alla ricerca di giovani rampanti (molto giovani, molto rampanti),  pronti a cimentarsi in intensi workshop sessuali. Queste signore sono generalmente maritate con portafoglio azioni, attribuibile a individuo stempiato con ottimo fiuto per gli affari e poco tempo libero. Madri di 5 figli. Pance d’amianto e bicipiti d’acciaio. L’unica cosa che temono al mondo è il metal detector dell’aeroporto. L’x-file sulla loro età ha sentito scommettitori muoversi lungo una time-line di 20 anni almeno. Presidiano con accanimento le prime file di ogni corso che promette l’eliminazione di almeno 500 calorie:  allenamenti  simili a test di sopravvivenza dai quali la popolazione striscia via esanime, ma non le signore in questione, no, loro si tamponano la fronte, abbaccano i cadaveri e vanno a fare spinning. Nel poco tempo che passano a casa si riposano in impalcature refrigerate, simili alla tuta di  Swarzenegher quando fece Freezer nel Batman di Joel Schumacher. Nel gruppo dei frequentatori sporadici, sono invece presenti in gran numero, intellettuali, progressisti e fumatori che si svegliano una mattina saturi di cibo, alcol e film di Woody Allen, decisi a dare una svolta alla loro vita. Si recano quindi in palestra, muniti dell’entusiasmo con cui la mattina si apre la porta di casa a un funzionario equitalia. Si aggirano per la sala spaesati e offesi per circa 45 minuti, 30 dei quali impiegati per fare stretching sdraiati. Nel tempio del benessere  tutti questi individui sono guidati da marmorei personal trainer, sciamani, capi di preghiera. Per giudicare questi ascetici leader bisogna ricordarsi che il loro livello di tonicità è proporzionale al livello di difficoltà dei corsi che propongono, spesso circuiti militari che ti fanno sudare anche le tossine di quelli furbi che son rimasti a casa. Con le migliori intenzioni gli individui si recano in palestra, pronti a intraprendere la strada per la tonicità, sicuri che i passi più duri in questo cambiamento siano consapevolezza, accettazione e ricerca di soluzione. Errore. I passi più duri sono quelli mossi a percentuale di pendenza appenninica, verso il nulla, con Katy Perry  nelle orecchie che canta Roar.